Antonio Castagna – L’avventura dell’economia circolare

L’avventura dell’economia circolare – I territori nella sfida di un cambio di paradigma

La presentazione di Antonio Castagna per l’incontro al MUSE (29 maggio 2019).

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Isole da salvare
Azioni concrete per un arcipelago senza plastica
Portoferraio, 19 novembre 2019

Per qualsiasi soluzione recarsi all’apposito scaffale

di Antonio Castagna

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Affrontare un tema come quello delle plastiche, sia pure in un sistema ristretto e circoscritto come un arcipelago, è un’impresa perlomeno complicata. Io voglio partire da questa complicazione, perché forse essa stessa ci suggerisce qualche chiave di lettura e da lì qualche ipotesi per intervenire con efficacia.

Parto apparentemente da lontano, per questo vi chiedo qualche minuto di pazienza.
Se consideriamo il sistema dell’economia lineare come un paradigma, insieme di teorie e pratiche, allora quello dell’economia circolare è da considerarsi come un paradigma alternativo. Nell’economia lineare taglio un albero per fare un mobile, tutto quello che non mi serve: rami troppo piccoli, nodi, foglie, corteccia e trucioli, diventa rifiuto. Nell’economia circolare prima ancora di abbattere l’albero mi sforzo di immaginare e progettare possibili utilizzi per ognuna delle parti dell’albero e a fare in modo che l’energia che utilizzo per lavorarlo non produca Co2. Si tratta di un altro insieme di teorie e pratiche che si presenta come possibilità per assicurarci sviluppo, senza essere sommersi dai rifiuti e senza (forse) generare catastrofi irreparabili per l’umanità. Se è così, vale forse la pena di soffermarsi su quali sono gli elementi che costituiscono questa alternativa. Altrimenti, il rischio che corriamo è di chiamare con un nome diverso il vecchio paradigma riverniciato appena un po’.

Resto sul concetto di paradigma, che nasce nell’ambito della ricerca scientifica, ma che è possibile estendere ad altri ambiti, perché permette di osservare come la società nel suo insieme si
confronta con le fasi di cambiamento.

Un paradigma scientifico, ci dice Kuhn, deve essere innanzitutto coerente al suo interno, mentre ogni singola evidenza deve risultare coerente con i suoi principi. Una volta che abbiamo definito un paradigma, quindi, ogni singolo ricercatore che ad esso fa riferimento, tenderà, spontaneamente, a fornire spiegazioni che lo confermino. In concreto, succede che nel momento in cui (e qui è il modo di funzionare della nostra mente e delle nostre menti), la ricerca ci mostra evidenze che contraddicono i principi di un paradigma, piuttosto che mettere in crisi il paradigma stesso, cerchiamo qualche spiegazione che ripristini l’equilibrio precedente, dimostrando che il vecchio paradigma è giusto, adeguato, corretto, scientificamente fondato.

Qui sotto un esempio di paradigma connesso ai pregiudizi di genere:
• Le donne non sono portate per la scienza: teoria
• In quanto eminente esponente della ricerca cerco di evitare che facciano carriera e a parità di preparazione, in occasione dei concorsi, scelgo sempre un uomo: pratica
• Nel mondo ricerca emerge una grande scienziata (tipo Rita Levi Montalcini): è un’eccezione, se è per questo anche Marie Curie era una grande, ma si tratta di casi isolati (spiegazione ad hoc).

Fanno così gli scienziati (che sono esseri umani con i difetti degli altri esseri umani) e fa così ognuno di noi, generando a volte situazioni davvero umoristiche: pare, ad esempio, che i matematici chiamati a confutare le teorie galileiane sui crateri della Luna, dopo aver osservato dal cannocchiale, abbiamo affermato che le macchie erano sulle lenti e dunque non si poteva parlare di crateri. Le macchie sulle lenti sono una tipica teoria ad hoc, che trasforma l’anomalia incongruente con un vecchio paradigma in un fenomeno spiegabile che non mette in crisi i principi teorici fondamentali e le pratiche connesse al modello di ricerca (in quel caso era l’interpretazione delle sacre scritture che resisteva al metodo scientifico enunciato da Galilei), e le relazioni di potere che mantengono l’equilibrio dato (quando parlo di relazioni di potere non parlo di persone cattive che fanno finta di credere a una verità più comoda per loro, perché spesso è peggio di così, si tratta di persone normali che ritengono più razionale credere a quello che fa loro più comodo. Cambiare paradigma vuol dire dunque innanzitutto, accettare teorie e pratiche che appaiono scomode).

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La distinzione a tre livelli, quello delle teorie o dei principi, quello delle pratiche e quello del potere, mi serve per dire che qualsiasi cambiamento vero e profondo attraversa tutte queste dimensioni, se questo non avviene allora vuol dire che stiamo producendo teorie ad hoc che costituiscono aggiustamenti dell’equilibrio precedente.
Mi vengono in mentre 3 situazioni tipo che possono contribuire a esemplificare:

  • Non cambiare i principi che regolano un sistema: è quello che accade nei sistemi gattopardeschi, cambiare tutto per non cambiare niente. Nel caso del Gattopardo era il dominio del feudatario. Nel romanzo è don Calogero Sedara che rappresenta il nuovo potere mafioso;
  • Non cambiare le pratiche: dominio di una lettura moralistica, i buoni siccome sono buoni sono portatori del bene. Il movimento antimafioso, per esempio, ha sempre fatto fatica a individuare il mafioso che è in ognuno di noi. Basta essere anti per sentirsi diverso, e un po’ è vero, ma questo da solo non cambia il modello di relazioni sottostante…
  • Non cambiare la struttura di potere: signfica accettare la manipolazione della realtà. Nel romanzo “La Fattoria degli animali” i maiali finiscono per prendere il posto degli allevatori che sfruttavano gli animali, sono animali come gli altri, ma sono un po’ più uguali degli altri. La repubblica degli animali, così, si rivela identica, nelle strutture di potere e nel sistema di relazioni, a quella precedente, solo senza più il vecchio padrone.

Torno allora a questioni vicine a noi. Ho detto sostanzialmente che la nostra mente tende a riproporre ciò che è già noto anche quando si rende conto che è necessario immaginare un cambiamento. Lo fa perché i cambi radicali, i cambi di paradigma, sono difficili da gestire e possono generare angoscia. Il caso dei disastri ambientali è emblematico: gli allarmi sul mutamento climatico generano un effetto Cassandra e vengono ignorati da gran parte della popolazione. Magari le persone si preoccupano lì per lì, ma la preoccupazione non genera azione e dopo un po’ dimenticano.

Anche le élite che governano il mondo tendono a ignorare o sottovalutare il problema, non hanno molta convenienza a cambiare gli equilibri.

Questo vuol dire che tutte le soluzioni che troviamo devono essere soluzioni percepite dalla popolazione come migliorative, possibili, coerenti con un obiettivo condiviso. Devono cioè trovare un aggancio con le domande, gli orientamenti, i bisogni dei cittadini (si tratta di quell’ambito che volgarmente chiamiamo “comunicazione”).

Devono essere quello che fu l’Arca di Noè ai tempi del diluvio, una possibilità concreta di salvarsi.
I paradigmi scientifici dunque sono duri a morire anche quando non funzionano più per tre motivi:

  1. il legame affettivo e cognitivo garantito dal senso di certezza e prevedibilità: Il sole gira intorno alla terra, la terra è al centro dell’Universo;
  2. l’inerzia del linguaggio: il sole sorge a est e tramonta a ovest, che è ciò che ci appare ma mche è scorretto alla luce della teoria eliocentrica;
  3. le strutture di potere che si costruiscono intorno a un paradigma: dipartimenti universitari,
    grandi imprese, sistema di raccolta dei rifiuti…, modelli organizzativi dominanti…

Il paradigma dell’economia lineare è ancora potente per queste tre ragioni. Se non funziona (e non funziona), poiché provochiamo spreco di risorse, emissioni inquinanti nelle acque, nell’aria, nei terreni, allora escogitiamo una soluzione ad hoc: la raccolta differenziata. Quando ci si rende conto che anche quella è poco più di un palliativo, perché continuiamo a produrre circa 4 miliardi di tonnellate l’anno di rifiuti, allora proviamo a potenziare le soluzioni green: motori che inquinano un po’ meno, packaging un po’ più leggero, pannelli solari, pale eoliche, cappotti per gli edifici, caldaie a condensazione. Tutte cose ottime, ma che hanno una caratteristica in comune, sembrano come una gamma di prodotti a scaffale, perché un elemento caratterizzante (forse il più caratterizzante) del paradigma lineare che facciamo fatica a vedere è la presenza di un consumatore sovrano che sceglie tra prodotti diversi che svolgono la stessa funzione. E non lo vediamo perché ognuno di noi è un consumatore sovrano…

Ognuno di noi vede i comportamenti e gli sbagli degli altri, non i propri. Le nostre esigenze individuali sono insindacabili, quelle del nostro vicino lo sono un po’ meno. Provate, per esempio, a suggerire a un cittadino di muoversi con i mezzi pubblici anziché con l’auto, troverà una serie di buoni motivi che glielo impediscono e, siccome si ritiene nel giusto e nel buono, commenterà con osservazioni del tipo: è vero, bisognerebbe, si potrebbe, il Comune dovrebbe, la società dei trasporti avrebbe l’obbligo… è Il trionfo del bisognerebbe che sostituisce il farò.

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Se quello che scrivo è vero, allora vuol dire che il green è una sorta di teoria ad hoc che ci aiuta a riaffermare il paradigma lineare. Ogni volta che vediamo un’incongruità, ci mettiamo una pezza grazie a una soluzione green e per qualche tempo ci comportiamo come se i pantaloni fossero ancora nuovi, senza pensare che in questo modo, stiamo, paradossalmente, contribuendo a raggiungere la soglia della catastrofe, quando i pantaloni cederanno definitivamente lasciandoci in mutande.

Da un punto di vista soggettivo, comportarsi in maniera green, non è solo rassicurante per la coscienza, è anche razionale: se riduco le mie emissioni e se tutti fanno la stessa cosa, è probabile che la mia qualità della vita migliori. Ma da un punto di vista sistemico ridurre le emissioni inquinanti è come dire che sto ammazzando il pianeta, ma piano piano.
Cosa intendo dire: che ci impegniamo strenuamente a ridurre il nostro impatto, purché tutte le nostre scelte (collettive) non mettano in discussione la libertà di scelta individuale.

Se osserviamo la questione delle plastiche da questo punto di vista forse facciamo qualche passo avanti e possiamo trarne dei suggerimenti. Nella ricerca di azioni di economia circolare, a mio avviso, bisogna tenere conto, allo stesso tempo, sia dell’impatto quantitativo, sia dell’impatto culturale, dove per culturale non intendo semplicemente la cosiddetta sensibilizzazione rispetto a quanto sono cattive le plastiche, ma a quanto il paradigma lineare si regga su un gigantesco sistema di alleanza tra carnefici (i consumatori) e vittime (che sono gli stessi consumatori quando smettiamo di chiamarli consumatori e li consideriamo come cittadini).

Il concetto di impatto culturale è piuttosto scivoloso e spesso, specie in campo ambientale, traduciamo questo con il concetto di sensibilizzazione. Senza tenere conto del fatto che sensibilizzazione non è quando quando ascoltiamo una notizia tragica sul divano, ci commuoviamo e pensiamo: sì, sarebbe importante intervenire in questa immane tragedia… ma quando riusciamo ad alzarci da quel divano perché ci riconosciamo un potere, cioè una voce e una possibilità di influenzare il sistema.

Cosa vuol dire tutto questo in concreto nel caso della lotta alle plastiche nell’arcipelago? Vuol dire che qui, così come altrove, è importante considerare non solo il fatto tecnico (la presenza di plastiche a mare), né solo l’obiettivo specifico (ad es: la riduzione delle stoviglie monouso in plastica), ma l’impatto sistemico delle azioni intraprese, che vuol dire, fare in modo che l’azione che faccio mi aiuti ad arrivare verso il nuovo paradigma auspicato.

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Traducendo in azione vuol dire che le azioni che intraprendo, come Comune, come società di raccolta dei rifiuti, come Parco, hanno sia un valore puntuale che una valenza sistemica. Prendiamo ad esempio l’ipotesi di installare macchinette mangiabottiglie. Se non vogliamo che si riduca a essere un’azione pubblicitaria (efficace) e vogliamo darle la valenza di ridurre la produzione e il consumo di plastica, potremmo immaginare di accoppiare tale azione con l’installazione di fontanelle pubbliche con qualità dell’acqua garantita. Se voglio spingere per detersivi alla spina, non è sufficiente chiedere alla grande distribuzione di farlo, ma posso sostenere il processo introducendo nella tariffa puntuale anche una piccola quota connessa alla produzione di rifiuti plastici, oltre che di indifferenziato.

Teniamo in ogni caso la questione delle plastiche almeno a due livelli:

  • Azioni specifiche, puntuali, su cui adottare l’accortezza di cui parlo qui sopra, in modo da evitare/limitare effetti indesiderati (ad esempio un sovraconsumo di acqua in bottiglia, tanto si ricicla);
  • Progetto strategico, che ha a che fare con lo sviluppo di un territorio. Quello va costruito con cura, cercando alleanze più ampie, anche con organismi di ricerca e magari provando ad accedere a fondi europei.

Il punto è che se ci limitiamo a compiere un’azione puntuale come la sostituzione delle stoviglie usa e getta in plastica con usa e getta in Mater-bi o in Polpa di cellulosa o in PLA, rischiamo di sostituire un prodotto a scaffale con un altro, lasciando ad esempio intatta la nostra relazione con il consumo (usa e getta – il principio, la teoria del consumatore sovrano come consumatore e ignaro come cittadino…), mentre interveniamo limitando la libertà d’acquisto individuale, senza che però tale limitazione della libertà non sia giustificata da una scelta sistemica e accompagnata da scelte strategiche di lungo periodo.

In più, rischiamo di produrre nuovi problemi a valle, ad esempio presso i centri di compostaggio (a tecnologia aerobica), sempre ammesso che siamo in grado di realizzare una perfetta raccolta differenziata.

Stiamo alle plastiche: sostituire le stoviglie in plastica con stoviglie compostabili. Una scelta del genere, affronta solo uno dei flussi, crea un rifiuto che deve comunque essere smaltito e che presenta comunque delle criticità.

Cosa facciamo con tutti gli altri flussi di plastica? Cosa facciamo in termini di riduzione del consumo di plastiche? Abbiamo un piano? Abbiamo un’intenzione? Cosa dichiariamo alla popolazione e come facciamo a risultare credibili nei suoi confronti? Cosa chiediamo al cittadino? Quest’ultima osservazione mi permette di introdurre un’altra riflessione, che non è di natura tecnica, ma di natura simbolica. Andare in direzione del nuovo paradigma significa, anche, orientare la popolazione e orientare l’intera azione amministrativa. In che relazione sta la scelta plastic free con il resto delle scelte di gestione? E come facciamo a far diventare tali scelte un’opzione motivante per la popolazione?